Panigai. L’anima di un luogo, tra vita e memoria di Alberto Pavan

Pubblichiamo con estrema gratitudine, il discorso introduttivo che il prof. Alberto Pavan ha tenuto in occasione dell’inaugurazione del progetto “Giochi nel borgo”, organizzato dall’associazione culturale Il Barone Rampante.

Incipit

Ringrazio intanto Marco e Paola del “Barone rampante” per avermi affidato la responsabilità di avviare il progetto Giochi nel borgo con questa conversazione.

Parlare di Panigai a Panigai mi riempie di emozione. 

Mi onora che abbiano pensato a me, anche se non sono uno storico né per formazione né per professione né tantomeno ho studiato la storia di Panigai. Mi sento nella veste più scomoda da indossare, cioè quella di me stesso in qualità di uomo curioso, di ascoltatore e di lettore. 

Per questo non sarò qui a parlare della storia del borgo e della famiglia che gli è indissolubilmente legata e dei cui eredi siamo oggi grati ospiti, ma senza tralasciare qualche informazione essenziale, intendo raccontare come ho conosciuto Panigai e che cosa rappresenta per me.

Non ho accettato l’invito con la presunzione di offrire un’esperienza esemplare, anche perché non ho l’autorità per farlo, ma piuttosto con il desiderio di condividere un sentimento che mi ha sempre fatto sentire vivo, quello del mistero e della conoscenza che Panigai ha alimentato.

Memoria, racconto e gioco

Ci sono delle cose estremamente familiari di cui si può con buona approssimazione datare la conoscenza, anche se sono remote: tra queste per me c’è Panigai.

Panigai si è fissata nella mia memoria quando avevo quattro o cinque anni, alla fine degli anni Settanta, quando per la prima volta la intravvidi in una sera di fine maggio, lontana e sovrana nel borgo tra i volteggi minuscoli delle lucciole e la strada rischiarata dai lumi della processione.

Accadde all’interno di un’esperienza comunitaria. Per la conclusione del mese mariano da Chions partiva un carro adorno di frasche e di bandierine colorate carico di nonne e di nipoti; quando la luce dei giorni già caldi si faceva d’oro, il carro trotterellava fino a Panigai levando inni non poco stonati alla Vergine paziente.

Durante il lento viaggio riuscivo a fare mille cose, cantavo, mi guardavo intorno, ponevo domande, ma ricordo che, man mano che la strada si raddrizzava avvicinandosi a Panigai, rimasi incantato dalla compattezza del borgo contenuto da muri sbrecciati e reti arrugginite da cui traboccavano gli alberi. All’interno di quelle mura non si vedeva nulla.

Si scese dal carro e fu celebrata la Messa; allora la Vergine era portata in processione attraverso il borgo fino al ponte. Fu in questa breve strada che il mio sguardo abbandonò il velo dondolante della statua attratto da qualcosa che vedevo ancora più in alto.

Sul balcone di una delle grandi case dietro le lenzuola ricamate esposte per l’occasione un uomo e una donna anziani seguivano sussiegosi lo spettacolo. Riuscii a trattenermi fino alla fine della processione, poi chiesi chi fossero: “Il Conte e la Contessa” rispose la mia guida. Capivo abbastanza bene il concetto, ma non credevo che esistessero al di fuori dei libri delle fiabe.

Le sorprese non erano però finite. Dopo la processione ci fu un rinfresco sotto i festoni delle lampadine sospese a un filo tremulo tra la piazzetta e il cancello della Villa. La luce sottolineava il buio compatto e coerente che calava oltre e, proprio per questo, lo rendeva irresistibile. La corsa fino ai pilastri rivelò la villa con qualche finestra ancora aperta, grande e paralizzante. Non si poteva che correre via di nuovo, con un’istantanea indelebile impressa nella mente.

La serata continuò giocando nella piazzetta ed esplorando il cimitero intorno alla Chiesa in cui la strettoia tra il sarcofago degli Ovio e la casa della nonsola faceva sentire un rivolo di ghiaccio correre lungo il filo della schiena.

Panigai mi si presentò allora come una sorta di isola conchiusa nello spazio tra muri sbrecciati e cascate di fronde, popolata da creature per me inedite che vivevano in case gigantesche ma sfuggenti e che dovevano essere lì da sempre e, per questo, ricche di una sapienza senza fine, ma non facilmente raggiungibili. È molto probabile che si trattasse anche di un’isola nel tempo.

Era qualcosa di diverso dalla mia quotidianità, ma stupendamente vicino, a portata di mano; avrebbe potuto quindi entrare nella mia quotidianità.

Come si configura oggi Panigai nella mia mente? La fascinazione infantile, che fu però capace di cogliere il nesso tra la natura, le case e gli abitanti di Panigai, ha trovato poi la sua definizione nelle letture. 

Panigai è una sorta di locus amoenus. Nella letteratura antica si chiama così un paesaggio che si compone di un fiume, di almeno un albero frondoso, di tante varietà di fiori e di uccelli canori. A Panigai alla natura si accompagna la componente antropica, le case, talmente vetuste e indispensabili da confondersi con il paesaggio naturale in una composizione in cui l’artificio diventa natura.

Scrittori antichi hanno giocato con le etimologie per spiegare il concetto di locus amoenus. Per alcuni è un luogo bello, che in sé racchiude la parola amor con doppio flusso: sono luoghi che effondono un’energia e che allo stesso tempo chiamano a sé, pretendono un sentimento, escludono se non ci si emoziona. Ma sono anche luoghi amunia, cioè senza mura, che mi piace leggere come senza utilità, banditi dall’ossessione di funzionalità del presente e per questo indifesi, ma resistenti. 

Il locus amoenus sprigiona quindi un’energia vitale, uno spirito, che è costituito da paesaggio, memoria, storia, affetti, persone. Questo ne crea la complessità che non si può capire solo con il senso di appagamento che prova la vista, ma che ha bisogno di essere sostanziato di conoscenza per godere a pieno del luogo e anche per rispettarlo.

Con il tempo la curiosità mi trasformò in ascoltatore. Erano passati anni, ma Panigai viveva della sua vita consueta: qualche scuro sostituito, gli alberi cresciuti sempre di più, qualche coppo caduto dal tetto. 

Quando conobbi grazie a uno zio la signora Ovio, ero uno studente ginnasiale saputello, determinato, ma pronto a provare stupore e capace di tacere quando mi si raccontavano storie.

Panigai ne aveva molte che ascoltai nel corso di tanti anni, fino a non troppo tempo fa. La scena si ripeteva con una certa ritualità. Arrivavo a Panigai in bicicletta, anche da adulto, poiché l’auto accorcia le distanze e quindi anche il piacere di staccarsi da un mondo per raggiungere l’’”isola”. Trovavo la signora Ovio appollaiata sulla panca intorno al focolare; mi accoglieva in casa con ineccepibile e un po’svogliata cortesia e con un filo di voce arrochita dalla sigaretta, sostituita negli anni dalle anisette che la velavano di un azzurrino profumato. 

Bastava uno spunto lasciato cadere con noncuranza per accenderne l’innata vena narrativa e lei acquistava vigore e voce. 

I suoi racconti anche se non erano organici, erano precisi; scaturivano dal ricordo del momento, dalla “carta” (il documento d’archivio) ritrovata in quei giorni, da quella perduta, dal cane che zampettava, dal barbagianni accomodatosi in casa, dal mobile restaurato e finivano per lumeggiare l’uno o l’altro degli antenati Panigai. La grande casa vuota pareva allora popolarsi e la narratrice si divertiva a ipotizzare con serietà le più buffe pieghe del carattere dei suoi antenati.

Così attraverso ho ricevuto in dono la storia di Panigai attraverso il racconto. 

Mi è piaciuto quindi sottolineare più che il contenuto la modalità della trasmissione e della ricezione, che è stata orale, cioè per via di racconto. Con gli anni poi le letture hanno dato precisione e coerenza alle informazioni.

Il racconto però è un’esperienza empatica che mette in relazione le persone e presuppone una disposizione a dare e una a ricevere. Si avvale anche di un codice linguistico specifico che diventa il lessico familiare di quell’argomento. I racconti di Panigai iniziavano in italiano per scivolare senza accorgersene, nel momento in cui la storia si riscaldava oppure emergeva un tratto marcato di uno dei tanti personaggi, nella parlata di Panigai. 

Il dialetto poi faceva zampillare dal racconto principale mille rivoli di parole che finivano per schiudere altre storie, case e persone. 

Il racconto è, in conclusione, una modalità di comunicazione non funzionale che però è spesso un bisogno dell’uomo. Il bambino, appena dopo avere imparato a chiedere ciò di cui ha bisogno, inizia a raccontare. In questo il racconto non è così diverso dal gioco di cui Panigai è oggi protagonista.

Ci sono degli aspetti che avvicinano il gioco al racconto: entrambi si fanno per il gusto di farli e di divertirsi senza che ci sia una reale necessità; presuppongono l’allontanamento dalla vita vera attraverso uno sforzo di mimesi, di imitazione di situazioni che non ci sono ma che sono state o che potrebbero essere; entrambi sono circoscritti nel tempo, poiché si sa finiscono. Pur finendo però, rimangono impressi con intensità, non si dimenticano e, quando colpiscono, si avverte il bisogno di condividerli.

Racconto e gioco rientrano quindi nella stessa funzione culturale che colpisce fortemente la memoria. 

Panigai può trarre beneficio dal racconto e dal gioco perché la memoria è infine uno strumento per conoscere le vite che hanno reso la sua realtà unica e forse è l’unico strumento capace di renderne comprensibile la natura complessa per trovare delle mediazioni con il presente. 

Explicit

Ora vengono i ringraziamenti più importanti.

Panigai è quel che è grazie alla signora Gioiella e alla signora Graziana, complementari nel loro amore per la casa e per il borgo: l’una un poco vaga, l’altra concreta, entrambe però narratrici, generose e ironiche. Della signora Graziana ricordo la grande capacità di coinvolgere nella sua casa anche il pubblico più giovane con la massima naturalezza. Ricordo che venni a Panigai con una classe di studenti romani che rimasero incantati dalle sue spiegazioni in dialetto.

Ringrazio voi che avete pazientemente ascoltato queste chiacchiere e ho volutamente lasciato alla fine il ringraziamento più importante, cioè quello a Gianmaria e a Silvia, la continuità per villa Ovio e anche per Panigai, che proseguono la tradizione familiare di ospitalità discreta e generosa avendo aperto la loro casa anche alla nostra conversazione. 

Bibliografia minima

  • Pier Carlo Begotti, Luigi Zanin, Materiali per la storia di Pravisdomini 1, 2, Pravisdomini 2001 e 2006, in particolare i contributi di Bruno Stefanat e di Luigi Zanin;
  • Bortolo di Panigai, Epistolario, a cura di Luigi Zanin, Accademia San Marco, Pordenone, 2003;
  • Marco Salvador (a cura di), Borghi, feudi, comunità: cercando le origini del terrirorio comunale di Chions, Pordenone, Grafiche Editoriali Artistiche Pordenonesi, 1985;
  • Luigi Zanin, Le frustrazioni di un nobile di campagna a metà Settecento: Girolamo di Panigai e le inquietudini del privilegio, Ce Fastu XCVI, 2020, 63-84.